Peggio dei guerrafondai, soltanto i pacifisti

Il peggior guerrafondaio, è proprio il pacifista. Il pacifista non può realmente uscire dal contesto della guerra, poiché pace e guerra sono due facce della stessa medaglia, il cui metallo è la politica. La guerra è la variabile indipendente, mentre la pace è quella dipendente, perché definita solo in modo negativo. La pace, infatti, non è altro che assenza di guerra: dipende dalla guerra per essere compresa e definita. Come sostiene Tucidide, la pace non è una condizione stabile o permanente, ma una tregua temporanea tra i conflitti. Per lui, la pace è semplicemente l’intervallo tra una guerra e la successiva. Se è vero che non può esistere una guerra senza pace, è altrettanto vero che non può esistere una pace senza guerra. 

Dove voglio arrivare?

 Voglio dire che un pacifista, nella sua lotta per una pace perpetua, finisce per trovarsi, nei casi estremi, nella necessità di fare una “guerra alla guerra”. In altre parole, il pacifista, pur di eliminare tutte le guerre, si ritrova disposto a combattere contro i guerrafondai stessi. Ma questo porta a una contraddizione fondamentale: se è disposto a fare la guerra contro coloro che promuovono la guerra, non fa altro che perpetuare la guerra. Ecco perché si potrebbe dire che il pacifista è peggiore del guerrafondaio. Il guerrafondaio è consapevole della propria situazione: la sua lotta contro il nemico è radicata nel contesto della guerra stessa, e il suo obiettivo è ottenere una pace secondo i suoi termini. Il pacifista, invece, è inconsapevole della sua contraddizione interna: nel suo desiderio di una pace universale, si ritrova a giustificare l’uso della violenza per realizzare quel fine. In altre parole, la sua battaglia contro la guerra non è altro che una nuova forma di guerra, giustificata da un ideale di “umanità”.

A questo proposito, Carl Schmitt afferma:


“L’umanità in quanto tale non può condurre alcuna guerra, poiché essa non ha nemici. […] Il concetto di umanità esclude quello di nemico, poiché anche il nemico non cessa di essere uomo. […] Se uno Stato combatte il suo nemico politico in nome dell’umanità, la sua non è una guerra per l’umanità, ma una guerra per la quale uno Stato cerca di impadronirsi, contro il suo avversario, di un concetto universale per potersi identificare con esso.” (C. SCHMITT, il concetto di politico, 1932)


Secondo Schmitt, quindi, proclamare di combattere in nome dell’umanità è una pretesa pericolosa, perché priva il nemico della sua qualità di essere umano. Una guerra condotta in nome dell’umanità tende a essere estremamente brutale, poiché chi la combatte non riconosce più il “nemico” , come un umano, ma come una minaccia assoluta da eliminare. 

 I pacifisti possono soltanto proclamare di condannare la violenza come mezzo di soluzione dei conflitti, ma questo non equivale a eliminarla. I pacifisti per loro natura, non possono dichiararsi come amici di tutti, perché il loro essere pacifisti è polemicamente rivolto contro un nemico concreto ritenuto come "ostacolo della pace". La guerra del pacifista può quindi rivelarsi molto più crudele e disumana proprio perché il pacifista, nel vedere il suo nemico come “non umano”, giustifica qualsiasi mezzo pur di raggiungere il suo ideale di pace. Questo lo porta, in ultima analisi, a perpetuare esattamente ciò che vorrebbe eliminare.

- Giovanni Serretiello

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