Per Sergio Ramelli

In ricordo di Sergio Ramelli nel giorno del suo attentato 50 anni dopo quel vergognoso giorno... 


Sergio Ramelli era un ragazzo come tanti, come me e come molti altri. Aveva una famiglia, frequentava la scuola e, addirittura, aveva delle idee. Peccato che, per il semplice fatto di avere opinioni diverse, fu perseguitato e odiato per questo “grave” crimine. Era un giovane appassionato di politica e per questo si iscrisse al movimento che sentiva più vicino, il Fronte della Gioventù (MSI). Si distingueva per la sua partecipazione attiva e non nascondeva mai le sue posizioni politiche. Non era un fanatico, non era un violento, era un ragazzo tranquillo. 
Un giorno scrisse un tema in cui espresse critiche contro le Brigate Rosse e contro il mondo politico per il silenzio sulla morte di due militanti dell’MSI. 
Da quel momento si scatenò contro di lui un clima di odio e continue provocazioni da parte dell’estrema sinistra, che coinvolsero anche la sua famiglia. La madre riceveva telefonate anonime in cui dei vigliacchi la minacciavano di morte, e lettere con contenuti ancora peggiori venivano recapitate a casa. Sergio veniva picchiato a scuola, finché fu costretto a ritirarsi. 
Un giorno se la presero persino con suo fratello, scambiandolo per lui. Anche il padre e alcuni professori subirono ritorsioni. L’unico insegnante che tentò seriamente di tutelarlo, il professore di religione, subì un attentato: la sua auto venne fatta esplodere nel cortile della scuola.

Oggi, cinquant’anni fa, Sergio fu aggredito sotto casa a colpi di chiave inglese da alcuni militanti comunisti. Gli aggressori fuggirono, mentre lui rimase a terra, privo di sensi, in una pozza di sangue. Dopo giorni di coma e brevi momenti di lucidità, non ci fu tregua nemmeno per i suoi genitori, che continuarono a ricevere minacce di morte, persino contro l’altro figlio. Sergio Ramelli morì il 29 aprile 1975 dopo una lunga agonia. Non ebbe pace nemmeno dopo la morte: il funerale fu celebrato in segreto e con estrema discrezione, poiché i comunisti minacciavano chiunque avesse soltanto pensato di parteciparvi.


Soltanto il presidente Giovanni Leone, Giorgio Almirante ed un giovane Ignazio La Russa resero omaggio al ragazzo: il primo, un po' di nascosto, inviò una corona di fiori alla famiglia, il secondo portando personalmente la bara sulle proprie spalle, mentre il terzo da coordinatore del movimento.

Quel giorno, alcuni ragazzi furono denunciati per apologia del fascismo a causa del saluto romano, mentre rimasero impuniti altri individui che fotografavano di nascosto i partecipanti al funerale. I colpevoli dell’omicidio non furono mai puniti severamente come avrebbero meritato.

Di Sergio Ramelli, proprio come delle foibe, non si parla mai, se non per infangarne ancora oggi il ricordo e il nome. 


Pensate che oggi, davanti alla sua scuola, ci sono stati urla, cori, fumogeni e manifestazioni d’odio per la presenza di Valditara all’inaugurazione di un suo memoriale. Dopo cinquant’anni, vedere i comunisti ancora arrabbiati ci piace. Continuate così: lui è morto, ma il suo ricordo ancora vi tormenta. Avete perso. Di nuovo. 


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